“L’obiettivo che voglio raggiungere è sensibilizzare un grande numero di persone, soprattutto i più piccoli, sul problema dell’inquinamento del mare causato dalla plastica. Il messaggio è che la plastica non si degrada praticamente mai, ha tempi lunghissimi, secoli, in certi casi millenni. Trovo assurdo che utilizziamo un materiale di questo genere per prodotti usa e getta che hanno durata di pochi giorni o addirittura di pochi minuti”.
Enzo Suma, un ragazzo pugliese di Ostuni, dopo la laurea in Scienze Ambientali ha dato vita ad una attività di escursioni naturalistiche basate sull’educazione ambientale rivolte soprattutto alle scuole, con progetti legati al riciclo dei rifiuti. Dopo essersi accorto che molti rifiuti plastici rinvenuti ancora intatti erano vecchi di decine di anni, ha avuto l’intuizione di creare un museo per promuovere consapevolezza attraverso la storia degli oggetti e per un uso più responsabile di questo materiale. Suma ha coniato il neologismo della Archeoplastica che è diventato anche il nome del suo museo.
“L’idea è maturata quando ho trovato per la prima volta un rifiuto di fine anni ’60. Il retro era ancora leggibile e riportava il costo in lire. Quando pubblicai la foto su Facebook scoprii lo stupore della gente nel vedere un prodotto così vecchio ancora in buono stato tra i rifiuti in spiaggia. Da quel post scaturirono dai lettori tante riflessioni sul problema della plastica”. Oltre 200 rifiuti di archeoplastica ritrovati, datati dai 30 ai 60 anni, sono oggi un museo non convenzionale che usa i rifiuti per educare ad un nuovo rapporto con l’ambiente.
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Fonte: Archeoplastica
Volonwrite per Mezzopieno

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